Piante medicinali coltivate e spontanee Nella visione Biodinamica e Goetheiana Del paesaggio

Dott.ssa Karin Mecozzi

Erborista Accademia Europea per la cultura del paesaggio PETRARCA

L’agricoltura biodinamica viene fondata nel 1924 da un gruppo di agricoltori che invitano il naturalista e ricercatore Rudolf Steiner da Basilea a Breslavia per aiutarli ad individuare metodi e sostanze per incrementare la qualità dei prodotti. Già a quei tempi si notava un peggioramento nella qualità dei cibi, quando l’agricoltura intensiva si trovava ancora agli inizi. 

Nelle conferenze di quei giorni Steiner propone ai partecipanti innanzi tutto una nuova visione dell’azienda agricola, una visione d’insieme. Dal puro interessamento alla redditività agricola e quindi la scelta di metodi ed interventi “sintomatici”, l’agricoltore diventa custode del suo luogo e impara a individuare i legami che intercorrono realmente tra piante, uomo, animali e suolo. L’azienda diventa allora organismo agricolo, in cui ogni elemento ha la possibilità di svilupparsi al meglio e la produzione non aumenta a discapito del benessere del suolo e degli esseri.

Per aumentare la resistenza e salute delle piante coltivate, Steiner propone ciò che oggi chiamiamo “preparati biodinamici”, ovvero dei preparati a base di piante medicinali, letame e silice che vengono preparati seguendo il corso dell’anno e aggiunti direttamente al suolo e al cumulo di letame. Qui Steiner torna l’appassionato di erboristeria che era in gioventù, quando come studente all’Università di Vienna accompagnava un erborista austriaco che portava le piante spontanee raccolte, alle farmacie. Da lui apprese un certo atteggiamento verso il mondo delle officinali, un modo di osservarle e conoscerle e non l’abbandonò mai, anzi lo trasforma in fitoterapia applicata nei suoi lavori di medicina con la Dott.ssa Wegmann, proprio nel periodo in cui tenne le lezioni agli agricoltori a Koberwitz.

Qual è dunque la base di un’azienda biodinamica che coltiva piante medicinali sia per la vendita, sia ad uso famigliare? E’ l’uso e la conoscenza delle specie per i preparati, specie che rappresentano non solo sostanze ma anche principi di formazione. Qui l’ortica diventa la pianta che esprime il suo legame naturale con il ferro, ma anche con calcio e silice attraverso il suo stesso modo di crescere. La quercia invece “vivifica il calcio”, mentre la valeriana porta in alto il fosforo. Ogni minerale, metallo e oligoelemento non è singolo principio attivo preso dal terreno ma viene formato dalla pianta e la caratterizza nel suo fitocomplesso.

L’agricoltura biodinamica si avvale dunque delle piante medicinali, officinali e aromatiche spontanee e coltivate, non solo per la produzione o la concimazione. Esse sono soprattutto le indicatrici del paesaggio in cui l’azienda si colloca, lo esprimono attraverso le loro specifiche qualità terapeutiche. Ecco che diventa imprescindibile come coltivatore di erbe, come erborista e naturalista, medico o agronomo e soprattutto come consumatore di rimedi fitoterapici, imparare a conoscere profondamente le piante e il paesaggio. 

La visione goethiana della piante e del paesaggio aiutano a trovare metodi consoni al vivente, a facilitare il dialogo tra l’osservatore e la natura rendendo la propria ricerca, il proprio lavoro comunque scientifico.

Verso una percezione del vivente

Quando si studia una pianta medicinale, generalmente si tende a tentare di afferrarne subito le particolarità indagando sui dettagli e si assume un atteggiamento distaccato concentrandosi sull'analisi dei fatti. Si usano unità di misura per quantificare sostanze e funzioni e si giunge a dei risultati fondati sulla conoscenza esatta delle manifestazioni esteriori (accade, per esempio, nella classificazione delle specie dal punto di vista botanico e nello studio dei princìpi attivi di una pianta).

Questa è la percezione oggettiva, la base dell'indagine sul piano fisico-materiale rivolta alla realtà materiale di un oggetto. In questo approccio – ampiamente usato dalle scienze naturali moderne – chi fa ricerca (e studia il mondo della natura) si avvale della sperimentazione in laboratorio e di strumenti tecnologici appropriati. Chi indaga non vuole avere alcuna influenza sui risultati dello studio, rimane separato dall'oggetto e non è coinvolto nella ricerca come soggetto. In questo modo lo scienziato o ricercatore cerca di ottenere la massima oggettività; ogni esperimento deve essere ripetibile per costituire una base scientifica.

Al distacco tra ricercatore e oggetto di ricerca si oppone già Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832), naturalista appassionato oltre che poeta e letterato, effettuando ricerche sui fenomeni della natura che oggi definiremmo “olistiche”. Nei suoi studi, Goethe giunge alla seguente conclusione: un risultato di ricerca è scientifico quando i dettagli dell'analisi servono per comporre una visione d'insieme dell'oggetto, e il ricercatore – per Goethe il vero scienziato si distingue proprio per un modo di pensare cristallino e l'elevato senso morale – è direttamente coinvolto nell'indagine. Come pioniere, Goethe va oltre l'indagine puramente positivistica e sviluppa un nuovo metodo di osservazione dei fenomeni nella natura. 

Dobbiamo all'instancabile ricercatore umanista e naturalista delle scoperte considerevoli, nel campo dell'anatomia umana e della botanica.

Scarica l'intervento in PFD

loghi2